Per Claudio Cerroni, un collega, un amico.

Le nostre “baraccate” tra politici e goliardia

 

Le chiamavamo “baraccate”, ti ricordi Claudio?. Quelle missioni “impossibili” in giro per il Veneto, il Friuli o il Trentino. Dove un servizio chiamava, noi accorrevamo. I giornalisti di agenzia sono così : oggi qui, domani là. E sempre a precipizio. Capitavano quasi sempre di sabato. Quando la gente normale si prepara a trascorrere un tranquillo week end in tuta da ginnastica a passeggio col cane. Noi, invece, dal venerdì e per tutta la settimana ci preparavamo a una levataccia da soldati di leva. Pronti alla partenza: zaino in spalla. Ma la cosa incredibile era che quasi attendavamo questo appuntamento con gioia, con l’eccitazione che hanno i ragazzini quando vanno in gita coi compagni di scuola. Perché è vero Claudio, era proprio così. Ci ritrovavamo al punto convenuto, sempre lo stesso al Pam in piazzale Santa Croce, vicino a casa tua. Oppure da Stecca, altro conosciutissimo riferimento padovano. E lì: “macchinata di colleghi”, “zingarata di giornalisti”, “la madre di tutte le baraccate”, “scammellata senza fine”, sono tutte tue espressioni. E ogni volta ci facevi ridere, mentre salivamo ancora assonnati sulla tua macchina. Tu guidavi allegro, e per tutto il viaggio ci intrattenevi con racconti, aneddoti, commenti sull’attualità che dovevamo seguire ma, ovviamente, con la tua originalissima e ironica chiave di lettura. Tutto diventava “fantozziano”, noi stessi diventavamo personaggi del teatro dell’assurdo. Le nostre peripezie erano tavolta così surreali che avrebbero meritato di essere scritte e raccontate. Ma ci sarebbe voluta la tua penna, il tuo tratto inconfondibile. Quanti chilometri Claudio, quante risate, quanto ci faceva male il braccio a furia di tenere il registratore in mano mentre il politico di turno parlava. Quanti pasti saltati per dettare, e quando finalmente avevamo finito anche il buffet se ne era andato. Quanto affannoso correre e divertici al tempo stesso. Quante volte eri al mio fianco mentre catturavamo le dichiarazioni del ministro del momento, e non ti potevo guardare perché sarei scoppiata a ridere. Quante volte le telecamere hanno catturato le nostre espressioni annoiate, ironiche, pronte a esplodere in una fragorosa risata. Non ho mai fatto un lavoro divertendomi in questo modo, eppure è faticoso, eppure tante volte è così ingrato. Ma per noi, Claudio, è il più bel lavoro del mondo. E tu lo facevi al meglio. Io cercavo sempre di imparare da te, la tua lucidità, la tua velocità di scrittura, quell’impagabile dote di catturare al volo la notizia, come un bambino che sa guidare un aquilone nelle parti più alte del cielo senza temere alcuna corrente o vento contrario.

Quante volte abbiamo parlato di musica, entrambi eravano appassionati degli stessi gruppi, dello stesso periodo, entrambi suonavamo e dovevamo sempre farci quella strimpellata insieme che non siamo mai riusciti a fare. Claudio, ho talmente tanti ricordi di te e sono tutti allegri. Perché tu eri un eterno ragazzo, giovane dentro e fuori. Spensierato malgrado le tante difficoltà, malgrado questa malattia che hai combattuto con il coraggio di un leone. Nel tempo, ti avevo visto cambiare, indebolirti, stancarti più facilmente, tuttavia rimanere il Claudio allegro e divertente di sempre. L’ultima volta che ti ho visto era a Padova il 19 settembre, dovevamo seguire un convegno al San Gaetano. In un messaggio del giorno precedente mi dicevi che ti sentivi stanco e preoccupato. Eppure quel giorno di lavoro era quello di tutte le volte. Ci eravamo incontrati anche alla Mostra del Cinema, qualche settimana prima, e lì ti avevo trovato bene, eri riposato. Ci eravamo divertiti a giocare ai quirinalisti, scherzare sull’ambiente del cinema, su tutti quegli stereotipi che alimentavano la tua inesauribile fantasia da vignettista. Se dovessi ricordare un’immagine di te, non potrei perché se ne affollano troppe. Voglio citare due episodi. Avevo avuto un problema di salute ed ero molto preoccupata, quel giorno mi chiamasti perché dovevamo organizzarci per un convegno fuori regione. Te ne parlai, perché sapevo che tu mi avresti capito. E così fu, mi rassicurasti e mi dicesti una cosa importantissima: “Ricordati che non devi mai avere paura”. Quella frase detta da te che per me eri il coraggio fatto a persona, mi infuse una grande tranquillità e affrontai quella cosa nel migliore dei modi. Ma non voglio chiudere con questo. La seconda immagine è bellissima e l’ho stampata nella mente. Sei tu sulla moto e dietro di te una nostra collega a cui davi un passaggio in stazione. Io camminavo, insieme ad altri colleghi per raggiungere l’uscita del centro congressi, e tu sei sfrecciato in moto accanto a noi con la collega seduta dietro come un ragazzo che porta a casa una compagna di scuola. Vi allontanavate sorridenti e ci salutavate. Tu eri allegro come un bambino che ha fatto una marachella. Tu eri così Claudio, leggero e profondo, allegro e malinconico. Ci mancherai così tanto. Eri innamorato della vita, di Silvia e dei tuoi meravigliosi bambini, Vittorio e Alessandro, la luce dei tuoi occhi.Arrivederci Claudio, vola in alto, in fondo tu hai sempre volato.

La tua collega

Antonella

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