Heart of a dog. Laurie Anderson e l’anima di Lolabelle

Heart of a dog

Laurie Anderson e l’anima di Lolabelle

2 NOV 2015

di

ANTONELLA BENANZATO

L’interrogativo più grande dell’uomo viene espresso in un film di delicata e sublime bellezza. E’ l’opera di Laurie Anderson Heart of a dog, film presentato in concorso alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia.

Una pellicola che attraversa l’anima perché proprio dell’anima parla. Anderson racconta la vita attraverso tre grosse perdite: quella della madre, dell’amata cagnolina Lollabelle e del marito Lou Reed. Cosa succede dopo la morte? In quale labirinto ci aggireremo prima di ricongiungerci all’unità ritrovando noi stessi? Laurie Anderson, artista poliedrica, musicista, pittrice, scrittrice, compagna e musa di Lou Reed, indaga la domanda fondamentale dell’uomo a partire dal cuore del suo piccolo Rat terrier Lollabelle. Ne racconta la storia, il viaggio insieme, la malattia della bestiola, il suo scoprirsi creativa: Lollabelle comporrà al pianoforte e realizzerà delle straordinarie scarpette per cani.

La morte della piccola compagna di Laurie viene documentata con dignità e amore, Lolabelle morirà e la sua piccola anima percorrerà i 49 giorni di bardo prima di incarnarsi in un’altra forma vitale. Secondo la tradizione tibetana la mente si dissolve per lasciare spazio alla coscienza e alla consapevolezza della prossima vita in cui si entrerà. Il bardo non è un luogo, spiega Anderson, voce narrante del film, ma un processo. Quella terra di mezzo tra la dimensione della vita come noi la conosciamo e la morte, quello spazio bianco in cui non ci si rende ancora conto di essere morti ma a poco se ne acquista consapevolezza. E con la consapevolezza la pace. Una transizione poetica e illustrata dai ritratti giganti di Lollabelle realizzati dalla regista, immaginando la sua deliziosa cagnolina percorrere dimensioni a noi sconosciute ma raccontate nel dettaglio nel Libro tibetano dei Morti, opera fondamentale del buddismo.

Heart of a dog è una riflessione sul senso della vita e della morte letta con gli occhi di un’artista sensibile che, citando Wittgenstein, Kirkegaard e David Foster Wallace, racconta il mondo reale, quello mutato dall’11 settembre, forse un’illusione della mente, e quello immaginario, forse il più reale. Gli animali hanno il nostro stesso sguardo, siamo un’unica entità che attraversa il mondo visto da un vetro bagnato o dal mistero dei fosfeni, “il cinema dei prigionieri”; o ancora dai sogni di cui ancora non si sa nulla. Laurie Anderson si è detta felice di avere portato il suo film al festival di Venezia “uno dei festival cinematografici migliori del mondo”, e di avere voluto trasmettere l’insegnamento del suo maestro di meditazione “uno dei filosofi più interessanti e credo l’uomo più felice al mondo. Lo dico nel film: è difficile sentirsi tristi senza essere tristi”. Sentire qualcosa senza esserlo è possibile? E’ possibile se si vuole uscire dalla prigione della mente per entrare nel mondo dell’anima.

Forse il segreto della felicità è questo? “Il segreto è l’amore”, sottolinea Laurie Anderson. Heart of a dog è un’opera che riflette sul momento della morte e sul transito da una dimensione all’altra. Una pellicola nella quale aleggia lo spirito di Lou Reed, compagno di una vita della Anderson col quale Laurie costruì un sodalizio artistico e di anime. Ma soprattutto un’intensa esperienza estetica, dove ogni fotogramma è da Biennale d’Arte, dove ogni frase è misurata e aderente al significato nascosto. Quasi un mantra al film che trasporta chi lo guarda nel paesaggio onirico di un’artista dalla spiritualità elevatissima.

Il film è complesso, ricco di citazioni colte: da Wittgenstein e Kirkegaard, a Foster Wallace: “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Anderson racconta in modo poetico e come solo i veri artisti possono fare, in che modo i nostri occhi possono leggere e interpretare ciò che è stata la nostra dimensione fisica e quella che vedremo nel “prossimo viaggio”. La consapevolezza del morire, dello spegnersi progressivo senza filtri. Il tutto guardato da un vetro bagnato dove una luce dorata, la stessa che fa da sfondo a un quadro di Goya da dove emerge il muso di un cagnolino simile a Lolabelle. Anche Lollabelle morirà, ma Anderson non vuole che sia un’iniezione del veterinario a portarla via. Desidera che anche la cagnolina possa avere la sua consapevolezza nella morte, possa vivere il suo ultimo passaggio. “E’ strano come la morte sia un tabù anche nel cinema – ha spiegato – non si parla mai del processo reale del morire, solo come impedire di soffrire e questa è un’ossessione tutta americana. Trovo questo approccio americano alla morte orripilante. Amo invece come viene spiegato nel Libro Tibetano dei Morti e ho voluto metterlo nel film”.

Lou Reed è nel film, fa la parte di un dottore, ha raccontato Anderson: “Lo spirito di Lou è molto presente. Volevo che ci fosse una parte della sua personalità, della sua energia. Abbiamo condiviso lo stesso maestro di Tai chi, Lou aveva molte armi, katane pesantissime che io non ho saputo usare. Volevo fare qualcosa per riprodurre la sua forza”. La forza espressiva del film è nel segreto. E l’unico segreto è l’amore.

http://wsimag.com/it/spettacoli/17986-heart-of-a-dog

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